Matteo Sigolo

L’imbarcadero veneziano è un luogo di transizione. Galleggia sull’acqua, ma è ancorato a terra; è uno spazio coperto, ma ha finestre che si aprono a trecentosessanta gradi. È un luogo d’attesa particolare, in cui le vite di ognuno si fermano per pochi minuti, in questo panorama di sagome, riflessi e sovrapposizioni. Tutto è cullato dal dondolio delle onde e i rumori della vita vengono attutiti da quello dell’acqua.

In queste transizioni nuove, così diverse da ciò che avevo vissuto prima di trasferirmi a Venezia, mi sono ritrovato ad osservare e ad ascoltare, ritrovandomi nell’attesa altrui, isolando me stesso e gli altri in grandi cornici di panorama. Gli imbarcaderi più affollati, quelli delle zone più turistiche, non offrono quasi mai queste opportunità; è in quelli meno frequentati che il ritmo paziente dell’atmosfera veneziana si delinea con più precisione. Quelli in cui stai in piedi al centro di un ambiente così ristretto e l’illusione di uno spazio molto più vasto si muove silenziosamente tutto attorno. Quelli in cui ognuno, da solo, aspetta con gli altri.

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